RINGRAZIAMO  I GENTILISSIMI SIG.RI LEVATI PER LA GENTILE CONCESSIONE IN USO

DELLA RIVISTA   “GELATO ARTIGIANALE” n. 199 anno 2007 pag. 172

FORNITACI DAL PLURIPREMIATO MAESTRO GELATIERE  DI POZZILLO (CT) FRANCO PATANE’

 

Il testo che segue è stato liberamente tratto dall’articolo  “L’uomo della neve” di Liborio Triassi

 

 

Il mestiere scomparso nel recente passato del “nivarolo” nel ricordo di uno degli ultimi sopravvissuti di un tempo in cui il frigorifero non era ancora divenuto quell’elemento così normale della nostra vita quotidiana.

 

“ E’ in effetti difficile immaginare il nostro mondo senza il frigorifero, ma c’è stato un tempo, neanche tanto lontano, in cui la produzione del freddo era affidata ad altri sistemi.

La diffusione del frigorifero può esser fatta risalire agli anni del secondo dopoguerra.

Prima, si ricorreva al ghiaccio di produzione industriale, ovvero a quei “pani” di ghiaccio prodotti in serie, che venivano poi tagliati in blocchi ed utilizzati per la conservazione dei cibi.

Prima ancora, ci si affidava alla neve raccolta e portata giù dalle montagne.

Si trattava di una pratica diffusa in tutta Italia e che ha radici storiche lontanissime e ampiamente documentate.

Nei paesini che sorgono lungo le pendici dell’Etna, quello del nivarolo era un mestiere diffuso e il commercio della neve era una voce significativa nell’economia di quest’area.

La neve che qui veniva raccolta e conservata serviva a rifornire Catania, tutti i centri della costa e in molti casi arrivava anche alla vicina isola di Malta.

L’impiego del ghiaccio industriale, l’avvento del frigorifero e l’introduzione agli inizi degli anni ‘50 di una nuova norma di legge che vietava il commercio della neve, hanno segnato la fine di questo mestiere.

A distanza di oltre mezzo secolo non sono in molti ad essere rimasti tra quelli che un tempo esercitavano il duro mestiere di nivarolo.

Uno di questi, ormai anziano, vive a Randazzo, in provincia di Catania, cittadina ricca di storia e cultura adagiata sulle pendici settentrionali del vulcano.

Carmelo Zingali, uno degli ultimi sopravvissuti di quell’epoca per molti versi eroica…

… Come convenuto e in anticipo come solo le persone anziane sanno essere, Carmelo Zingali classe 1923, è lì

ad aspettarci, fermo come una quercia, solenne come una statua, sul ciglio dell’ampio spiazzo su cui si affaccia la chiesa.

La prima impressione che abbiamo è che questo signore i suoi 83 anni li porta veramente bene. Ci saluta con mano ferma e piglio deciso.

Si vede subito che è un uomo schietto e di pochi convenevoli, dalla scorza dura e temprato da anni di duro lavoro.

Ci trasferiamo nel bel locale dell’amico Salvatore Caggeggi, gelatiere di Randazzo,  per la nostra chiacchierata che, bontà del padrone di casa, si svolge al cospetto di un superbo semifreddo di fragola e ficodindia.

Seduto al nostro tavolo, Carmelo Zingali si rivela un signore gioviale e dalla memoria lucida.

Il suo è un fiume di ricordi e non dobbiamo faticare molto per farci raccontare di quando, ancora ragazzo, cominciò a lavorare con la neve.

Il padre mandava avanti una piccola bottega per la vendita della neve che operava nel periodo estivo.

Tradizionalmente l’apertura avveniva la prima domenica di giugno per la Madonna Annunziata: si lavorava finché il tempo lo permetteva e cioè fino a ottobre, più o meno.

Si trattava di un locale molto modesto che nel corso degli anni, per vari motivi, dovette cambiare ubicazione.

Davanti all’ingresso c’era però sempre un cartello con la dicitura “Neve per uso industriale”.

La legge imponeva di esporlo. In famiglia erano in cinque fratelli e una sorella ma solo Carmelo decise di seguire il padre nell’attività di nivarolo.

Ed era un lavoro veramente duro. La neve veniva sistemata in un ambiente sul retro di circa 25-30 metri quadri, protetta da foglie di faggio e ginepro.

Ma prima di arrivare alla bottega la strada da percorrere era tanta e dura.

Tutto cominciava alla cosiddetta cugnera, termine locale per indicare la neviera.

La cugnera era un avvallamento naturale dove si creava un accumulo di neve che si conservava anche durante l’estate poiché si trovava in una posizione riparata rispetto al sole.

Necessitava di manutenzione per garantire una corretta conservazione della neve. Vi si potevano conservare centinaia di tonnellate di neve.

L’attività di raccolta e vendita della neve era regolamentata per legge.

Per questo motivo la cugnera veniva data in concessioni dal comune.

“Era necessario partecipare ad una apposita gara d’asta e quindi lasciare un deposito cauzionale che, mi ricordo, ammontava a 500 lire”.

 

Ma non vi erano solo le cugnere ufficiali come la cosiddetta Cugnera grande.   

Uno di questi era a grutta.

Vi erano diversi altri luoghi particolari dove la neve si accumulava naturalmente e Carmelo Zingali era un profondo conoscitore di questi posti.

Si trattava di un lungo tunnel naturale formatosi dopo il raffreddamento di qualche antica colata.

D’inverno si riempiva di neve, che resisteva per tutta l’estate. I blocchi di neve venivano tagliati in barre.

L’operazione prevedeva una prima incisione mediante un palo di ferro adattato all’uso. Venivano quindi adoperate delle asce e una larga sega chiamata sirruni.

Erano di solito seghe da boscaiolo tagliate a metà. Alla fine si ottenevano dei blocchi dalla forma allungata di circa novanta chili, che a spalla venivano portati fino ai muli e quindi caricati con molta cura.

La neve veniva trasportata a dorso di mulo dopo essere stata avvolta in grossi sacchi di tela, quelli che venivano usati per lo zucchero dopo avere subito una modifica: l’apertura del lato stretto veniva chiusa, mentre veniva aperto il lato lungo.

Ciò consentiva di sistemare meglio le barre di neve pressata. Ogni mulo ne trasportava due. I sacchi così riutilizzati venivano chiamati ncugghi.

A seconda delle richieste, in una giornata era possibile fare anche più viaggi.

Poteva anche variare il numero dei muli impiegati. Muli e conduttori erano privati e venivano presi a giornata.

“A volte erano loro a venire a cercare lavoro. Alla fine dell’attività, nel ’53, un viaggio costava mille lire a mulo.

Un trasporto, tra andata, carico e ritorno, durava circa quattro ore lungo i ripidi viottoli di montagna sui fianchi dell’Etna. Quando era tempo di fichi si andavano a rubare i ficazzani e durante il viaggio ci raccontavamo storielle piccanti”.

Si trattava di un lavoro faticoso che imponeva orari molto duri. Per assicurare le forniture fin dal mattino bisognava partire verso la mezzanotte ed essere di ritorno per le cinque.

Si viaggiava praticamente al buio e si lavorava al lume di fuochi alimentati dalle stesse foglie e frasche usate per coprire la neve.

“Mi ricordo che per la stanchezza più di una volta mi capitò di addormentarmi in groppa al mulo e di cadere malamente al suolo. Oggi ci ripenso e mi viene da ridere, ma all’epoca era tutta un’altra storia”.

Spesso, dopo aver fatto partire un carico per il paese, Carmelo Zingali restava alla cugnera per fare manutenzione.

In particolare ricopriva con rami e frasche la neve rimasta per evitare che si sporcasse o deteriorasse.

Ogni paese lì sulle pendici del vulcano aveva i suoi nevaioli e a Randazzo gli Zingali non erano i soli. L’altro nivarolo del paese era un tale Pillera.

Le due piccole imprese servivano tre macellerie dove si doveva tenere la carne al fresco, alcune famiglie benestanti e alcune dolcerie.

Alcuni clienti venivano anche da paesini vicini. Nella dolceria di Donna Sara si preparavano forse le migliori granite ed i gelati più buoni del paese.

La neve veniva versata in piccoli fusti di legno al cui interno venivano posti dei contenitori di rame dove si versava e si lavorava la miscela che poi sarebbe diventata granita. I gusti dell’epoca erano limone, mandorla e caffè, ricorda Carmelo Zingali, che di Donna Sara conserva un bel ricordo:

“A consegna avvenuta, spesso lei tirava fuori dal grembiule una sigaretta e me la dava per tirarmi su dopo la gran faticata. Si arrivava stanchi e con la gola secca a causa della polvere vulcanica, acre e sottile che ti si infila da tutte le parti quando la calpesti e si alza in nuvole grigie che ti avvolgono e ti fanno mancare il respiro”.

Un lavoro molto duro, dunque, ma che alla fine doveva pur rendere qualcosa nonostante i tempi fossero an-ch’essi difficili. Carmelo Zingali svolge la sua attività di nivarolo negli anni segnati dalle miserie della guerra e dalle difficoltà della ricostruzione del secondo dopoguerra.

“Anni di scarsizza pi tutti” ci dice con la sua voce asciutta, cedendo per un attimo al musicale e quasi teatrale dialetto di questa parte della Sicilia.

“Il lavoro non rendeva moltissimo, ma tanto da consentirci una vita dignitosa. D’inverno si lavorava anche nei campi però, altrimenti non ce la spuntavamo”.

Chiediamo a Carmelo Zingali di rievocare qualche momento curioso legato al suo lavoro. Vediamo che si appoggia piano allo schienale della sedia e con gli occhi socchiusi sembra volare nel passato alla ricerca di un

ricordo speciale.

“Ogni tanto ci toccava affrontare il vulcano, in un certo senso” ci dice tornando ad avvicinarsi al tavolinetto e affrontando con sicurezza la seconda fetta di semifreddo.

“Mi ricordo che dopo l’eruzione del ’47 ci toccò scavare per arrivare fino alla neve.

Abbiamo dovuto spalare via uno spesso strato di cenere e lapilli. Il vulcano aveva seppellito tutto. Fu

un lavoraccio. Un’altra volta trovammo “a grutta” tagliata in due da un crollo causato da un forte tremore del vulcano. Nel ferragosto del ’53, invece di fare caldo, mi ricordo come fosse oggi che tirava una tramontana che non vi dico e faceva piuttosto fresco.

Ferragosto freddo e la gente non venne a comprare neanche un pugno di neve e quella che avevamo in magazzino si sciolse tutta e l’acqua si versò in strada. Quella volta ammeci di trasiri sordi nisciva acqua”.

A quei tempi, da queste parti, la granita e il gelato erano un piccolo lusso.

Essi erano in genere appannaggio pressoché esclusivo di chi stava bene, come i baroni e i possidenti locali.

“Solo in tre in paese” precisa Carmelo Zingali, “si potevano permettere il lusso di mezza lira di neve:

Mons. Birelli, il farmacista dott. Mannino e l’impresario Castorina.

Questi prendevano una mattonella di neve di circa 800 grammi. Gli altri si accontentavano di una manciata di neve da quattro soldi”.

L’attività è durata fino al 1953. Ormai i frigoriferi ad uso sia industriale che domestico erano abbastanza diffusi e venne inoltre approvata una legge che, per motivi igienico-sanitari, vietava il commercio della neve, spazzando via così in un colpo solo un mestiere vecchio

di secoli che aveva costituito una voce non indifferente nell’economia degli abitanti dei numerosi paesini che costellano le pendici del vulcano e che fornivano Catania e tutti i centri della costa. Carmelo Zingali, appena trentenne, ha dovuto spogliarsi dei panni del nivarolo ed è andato avanti con l’agricoltura, per poi entrare nella Forestale. Oggi è un tranquillo pensionato ultraottantenne in ottima forma e continua a vivere nella sua bellissima Randazzo.”

 

… così scriveva Liborio Triassi nel 2011.

Un po’ di giorni fa, ci siamo recati a Randazzo per incontrare “l’ultimo Nivarolo” … ma, putroppo, ad aspettarci c’era solo il suo ricordo…

 

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